Disturbi uditivi e invecchiamento neurosensoriale: arriva uno studio dall’Italia

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La presbiacusia abbinata agli acufeni è un disturbo frequente negli anziani, specie dopo i sessantacinque anni di età. © Snaptitude – fotolia.com

La fisiologica perdita uditiva legata all’avanzare dell’età è definita presbiacusia ed è caratterizzata da una ridotta sensibilità uditiva e dal manifestarsi di problemi nella comprensione del linguaggio parlato, in particolare in ambienti sonori rumorosi. Un approfondimento su acufeni e iperacusia.

Negli anziani, il riconoscimento vocale che si riduce viene generalmente causato da una diminuzione delle cellule cocleari nell’organo del Corti e dalla degenerazione delle vie uditive centrali. Al fine di ottenere una strategia di gestione completa della presbiacusia centrale e periferica, una piena valutazione diagnostica dovrebbe comprendere un esame clinico otorinolaringoiatrico, i test audiologici standard e prove specifiche della funzione uditiva centrale. Il trattamento dovrebbe includere non soltanto gli strumenti adeguati per la compensazione periferica, ma anche un training riabilitativo uditivo ed una consulenza specialistica volta a prevenire l’isolamento sociale e la perdita di autonomia.

Altri comuni disturbi dell’udito nell’età avanzata sono il tinnitus e l’iperacusia, che vengono spesso sottovalutati. L’acufene, come si sa, è caratterizzato dalla percezione di un suono cosiddetto fantasma, prodotto da un’anomala percezione uditiva. L’iperacusia viene invece definita come una ridotta tolleranza ai rumori ambientali ordinari.

Inoltre, i sistemi uditivo, visivo, nocicettivo e propriocettivo possono essere coinvolti insieme in un contesto globale complessivo e possibile di invecchiamento neurosensoriale.

Con questo principio, un gruppo di ricercatori italiani ha voluto sottolineare la presenza di disturbi uditivi come l’acufene e l’iperacusia nell’età avanzata, che molto spesso coesistono con la nota perdita della capacità di sentire. Il lavoro, dal titolo “Hearing disorders and sensorineural aging”, è stato appena pubblicato dal Journal of Geriatrics, a firma di Alessandra Fioretti del Tinnitus Center European Hospital di Roma, Otello Poli dell’Unità di Neurologia e Neurofisiopatologia dello stesso European Hospital, Theodoros Varakliotis del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Cliniche Applicate dell’Università de L’Aquila, e Alberto Eibenstein del Tinnitus Center e del suddetto Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Cliniche Applicate de L’Aquila.

Dallo studio emerge come la perdita dell’udito interessi un terzo degli adulti che hanno compiuto i sessant’anni, cominciando con una presbiacusia sulle alte frequenze, con una progressione verso quelle più basse, fino ad arrivare ad un deterioramento della soglia uditiva. Il fenomeno della bassa comprensione del parlato negli anziani – vi si legge – è legato alle modifiche che intervengono nei processi cerebrali centrali. L’acufene diventa maggiormente prevalente in associazione con l’invecchiamento e la perdita uditiva, con una prevalenza stimata dal 12% al 18% oltre i sessant’anni. La prevalenza di iperacusia cronica nella popolazione generale di età compresa fra cinquantuno e settantanove anni è stata valutata in una misura che arriva fino al 9%. È stato ampiamente osservato – sottolineano i ricercatori italiani – che i pazienti acufenici presentano anche iperacusia in una percentuale che va dal 40% al 79% dei casi, mentre sale fino a 86% la percentuale dei pazienti iperacusici che manifestano anche il tinnitus.

In conclusione, “il disturbo uditivo più comune negli anziani è la presbiacusia periferica”, che viene diagnosticata con audiometria tonale e vocale. “Attualmente – rilevano gli specialisti – non esistono composti farmacologici disponibili che alterano lo sviluppo della presbiacusia e degli acufeni. In molti casi, la presbiacusia periferica è ben trattata con gli apparecchi acustici. Soluzioni uditive combinate con generatori di suoni possono essere utili ai pazienti acufenici”. Sebbene oggi i dispositivi acustici offrano una notevole raffinatezza sonora – notano gli autori – un numero significativo di persone li utilizza occasionalmente, a causa dei disturbi del suono ma anche per la mancanza di consulenza che possa migliorare la motivazione all’uso. “La presbiacusia centrale – si può ancora leggere nel lavoro pubblicato – è associata a disturbi di elaborazione uditiva centrale e a malattie neurodegenerative. Test uditivi centrali possono essere considerati nella valutazione di persone anziane con presbiacusia centrale, al fine di eseguire un programma individualizzato di riabilitazione uditiva e cognitiva. Ad esempio, un training uditivo musicale viene suggerito per impegnare la memoria e l’attenzione a migliorare la sincronia dell’accensione neurale e dell’elaborazione uditiva centrale. Una valutazione psicologica viene suggerita – continua la relazione – perché i disturbi dell’udito nei pazienti anziani sono spesso associati ad ansia e depressione, che conducono ad alcune forme di resistenza alla terapia. Uno studio su una popolazione di 7.389 italiani partecipanti, di oltre sessant’anni di età, senza demenza, ha evidenziato un’associazione positiva fra la sordità e la sindrome di ansia tra coloro che avevano più di settantacinque anni. Nei pazienti con perdita uditiva e ansia, una riabilitazione cognitiva può migliorare la qualità di vita”.

E ancora: “L’applicazione di approcci antiaging alla prevenzione della presbiacusia ha prodotto risultati inconsistenti. La ricerca futura si concentrerà sull’identificazione di marcatori per la diagnosi della presbiacusia preclinica e lo sviluppo di interventi efficaci”.

Rispetto all’abbinamento fra prebiacusia e tinnitus, lo studio non ha rilevato particolare attenzione per l’iperacusia e altre forme di ridotta tolleranza al suono, come la misofonia o la fonofobia, nonostante questi disturbi possano essere molto invalidanti negli anziani. Un trattamento adeguato risulta da un approccio multidisciplinare che comprenda neurologi, geriatri, otoiatri e psicologi; i medici di medicina generale, invece, secondo gli autori necessitano di una formazione ulteriore per la gestione dei pazienti iperacusici. A proposito di conoscenza diffusa, infine, nemmeno i pazienti stessi sanno che il loro problema ha un nome e corrisponde ad una condizione patologica descritta: per questo, l’informazione e la fase di counseling rappresentano un passaggio fondamentale della terapia, che non va sottovalutata, poiché può arrivare a desensibilizzare il sistema uditivo.

Lo studio si chiude con una raccomandazione degli autori: l’iperacusia e i disturbi correlati sono strettamente dipendenti all’ipersensibilità di altri sistemi sensoriali, come quello visivo e somatosensoriale, al punto che se ne può definire un’ipotesi di disordine multisensoriale o invecchiamento neurosensoriale. L’eventualità di una rete di iperreattività sarà convalidata da ricerche ulteriori con neuroimaging, su un vasto campione.

Fonte: Alessandra Fioretti et al., “Hearing disorders and sensorineural aging,” Journal of Geriatrics 2014.

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