Con Horentek, riabilitazione prechirurgica dei candidati pediatrici all’impianto

Horentek propone Feel con Mito Junior. © Horentek

Grazie al vibratore sternale del fabbricante di Livorno, risultati scientifici dimostrano che alla chirurgia va associato il trattamento riabilitativo per i bambini ipoacusici in attesa dell’impianto.

L’avvento degli impianti cocleari ha rivoluzionato la strategia di riabilitazione delle sordità pediatriche invalidanti. Numerose, ormai, sono le esperienze che confermano l’assoluta efficacia del trattamento chirurgico che, però, deve essere associato ad un serio trattamento riabilitativo e ad una gestione corretta della tecnologia, perché abbia un vero successo. La divulgazione, poi, degli screening neonatali ha permesso di confermare già ai primi mesi di vita la presenza o meno della sordità, tanto che l’American Speech and Hearing Association consiglia di iniziare i trattamenti riabilitativi prima dei sei mesi, così da sfruttare al massimo le capacità di plasticità neurologica proprie del bambino piccolo. La maggior parte dei protocolli, inoltre, richiede un periodo di prova di alcuni mesi con le protesi acustiche prima di decidere la candidabilità o meno all’impianto cocleare che, peraltro, viene consigliato quando le caratteristiche fisiche del bambino sono tali da permettere l’intervento con rischi chirurgici minimi. Questo avviene generalmente dopo i nove mesi di vita. La protesizzazione acustica rimane quindi un intervento indispensabile nei primi mesi, finché il bambino non è in grado di sottoporsi all’intervento senza rischi importanti.

Obiettivi della protesizzazione acustica del bambino sordo nei primi mesi di vita e l’utilità del vibratore sternale

Nell’era preimpianto, gli obiettivi della protesizzazione acustica variavano in base alle metodologie riabilitative scelte. Nel cosiddetto oralismo cognitivo la protesizzazione costituiva solo un supporto alla lettura labiale, per cui la richiesta di guadagno acustico si limitava a raggiungere la soglia di detezione; a differenza del metodo acupedico dove, invece, i guadagni richiesti erano più elevati perché dovevano raggiungere la comoda udibilità, interessando anche le frequenze acute.

Con l’avvento degli impianti cocleari e l’evoluzione degli apparecchi digitali, le protesi dedicate alle sordità invalidanti hanno migliorato notevolmente la loro qualità di riproduzione, permettendo anche elaborazioni prima impensabili come, ad esempio, la compressione in frequenza, che trasferisce parte degli acuti su bande più facilmente udibili. Tutto questo fu possibile, però, a svantaggio della potenza, per cui i risultati ottenibili si confermarono brillanti per le sordità gravi e gravi profonde, mentre nei deficit più importanti l’amplificazione proposta non sempre è parsa sufficiente a stimolare i residui uditivi. Dal punto di vista strettamente economico, poi, non è per nulla vantaggioso proporre apparecchi molto sofisticati ad un sordo profondo che non ne trarrebbe alcun vantaggio particolare, non avendo la possibilità di fruirne. È esperienza comune che guadagni elettroacustici insufficienti, elaborazioni digitali inutilizzate ed elevati costi trasformano le protesi digitali moderne, da uno strumento assolutamente efficace per le sordità pantonali, in un gadget quasi inutile e dispendioso per le sordità profonde gravemente invalidanti.

Oltre alla trasformazione dell’offerta protesica, l’avvento degli impianti cocleari ha portato anche alla scomparsa dei vibratori, che ebbero una notevole fortuna negli anni 1980 per il trattamento riabilitativo delle sordità profonde. Allora furono prodotti strumenti da portare al polso, ma quelli più utilizzati furono quelli sternali, perché i primi limitavano notevolmente i movimenti del paziente. Si trattava di protesi a scatola che trasformavano gli stimoli acustici in vibrazioni e, dopo una serie di sistemi ai quali si richiedeva anche un’analisi frequenziale, sul mercato rimasero solo quegli apparecchi che fornivano una risposta grossolana in grado di attivare la detezione e di trasferire le informazioni prosodiche, perché la cute non è in grado di trasmettere informazioni più analitiche per raggiungere la discriminazione fonetica. La loro utilità andava ricercata nell’attivazione dell’arousal, dell’attenzione e della detezione, grazie alle quali si innescava la lettura labiale a cui veniva riservato il compito di effettuare la discriminazione fonemica. Protesi di potenza elevata, sopratutto per le frequenze gravi, usate unitamente ai vibratori sternali costituivano, quindi, i sussidi indispensabili per la riabilitazione orale delle sordità profonde gravemente invalidanti, perché permettevano di attivare le abilità di base dell’ascolto che veniva poi completato dall’uso della lettura labiale.

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