Il messaggio per la Giornata dell’Udito è chiaro: fondamentale curare i disturbi

Studi

Non si sottraggono al pericolo del rumore: i giovani oggi sono consapevoli dei rischi di un'esposizione dannosa, ma non se ne preoccupano. © Cochlear

A ben vedere, l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione sull’importanza della salute audiologica è stato raggiunto, se gli studi divulgati per la Giornata dell’Udito non hanno mancato anche quest’anno di lanciare un allarme deciso: epidemia silenziosa in Italia, rischio della non-autosufficienza.

A Bruxelles, al Parlamento Europeo, è stato presentato il lavoro di Hélène Amieva e altri dal titolo “Death, Depression, Disability and Dementia Associated With Self-Reported Hearing Loss Problems: A 25-Year Study”, pubblicato su The Journals Of Gerontology – Series A a gennaio 2018, che – appunto – espone i risultati di una ricerca internazionale durata venticinque anni che ha indagato l’associazione fra la percezione dei problemi di udito e altre gravi patologie, che vanno dalla demenza alla disabilità, alla depressione e anche alla morte. Ad osservare la situazione di chi convive con questi disagi è emerso che, addirittura, «un disturbo uditivo non trattato aumenta del 28% il rischio di non riuscire più a mangiare e vestirsi da soli», come hanno sottolineato gli studiosi. Un ostacolo ben descritto dalle oltre tremilacinquecento persone che sono state coinvolte nel campione, che hanno confermato come anche le attività quotidiane più semplici diventino insormontabili in presenza di una difficoltà di ascolto. Al 21% di chi è affetto da ipoacusia e non porta apparecchi acustici si associa una crescita della probabilità di demenza, mentre il 43% degli uomini rischia la depressione. In Italia, oggi, sono sette milioni le persone che convivono con problemi audiologici e la prevenzione è l’arma più potente contro quella che è stata definita una vera e propria epidemia silenziosa, cioè che lascia molti pazienti nella solitudine e nell’isolamento conseguenti a traumi acustici spesso provocati da comportamenti improvvidi e dannosi. Gli accorgimenti necessari sono tutt’altro che accessori: avere cura di usare otoprotettori in luoghi particolarmente rumorosi, controllare periodicamente il proprio udito, limitare l’assunzione di farmaci ototossici e, in caso di necessità, applicare strumenti audioprotesici aiuta ad affrontare la situazione con serenità e a migliorare notevolmente l’impatto sulla qualità della vita. Anche il tasso di protesizzazione deve aumentare a livelli più accettabili – ribadisce la ricerca – per avvicinare ai trattamenti terapeutici i cinque milioni di quei sette di italiani che, pur in presenza di un’ipoacusia, non si sottopongono alle cure, esponendosi così al rischio di perdita di autonomia e indipendenza. «Con i numeri dei problemi di udito che continuano a crescere è fondamentale lavorare sulla prevenzione e mettere in guardia le persone da abitudini pericolose, come l’ascolto di musica ad alto volume con gli auricolari. In Europa, ad esempio, si stima che oltre quattro milioni di persone abbiano un danno uditivo causato proprio da un uso scorretto delle cuffiette», afferma Alessandro Martini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Organi di Senso presso l’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova.

Dal rapporto State of Hearing, promosso dall’azienda Cochlear, non si discostano troppo i risultati né l’allarme: da considerare che tre italiani su quattro ammettono di ascoltare l’audio dei dispositivi mobili ad un volume troppo elevato, ignorando molto spesso gli avvisi di possibile danneggiamento dell’udito. Di questi, la stragrande maggioranza è costituita da giovani, che con troppa leggerezza ipotecano il loro futuro e si espongono a livelli molto pericolosi di rumore, rischiando perdite uditive permanenti: il 95% dei ragazzi tra i diciotto e i ventiquattro anni sostiene di ignorare gli avvisi di volume dei dispositivi mobili, pur di godere del piacere di ascoltare l'audio a un'intensità superiore ai livelli di guardia. Drammaticamente inconsapevoli le conseguenze: nei bambini, si potrebbero verificare problematiche relative allo sviluppo psicomotorio, mentre negli adulti il rischio riguarderebbe un declino cognitivo precoce talvolta associato a demenza. L’indagine ha coinvolto oltre settemiladuecento individui in cinque Paesi europei – Germania, Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi e Svezia – e ha rilevato come il 35% del campione si esponga consapevolmente a livelli di rumore che potrebbero risultare pericolosi, mentre la maggioranza (61%) non prende la minima precauzione in ambienti percepiti come dannosi per l'udito; nonostante il 15% degli intervistati sia consapevole dei rischi derivanti da questo comportamento errato, decide comunque di assistere ad un concerto o guardare un film a volume molto alto. L'aspetto più preoccupante di questa evidenza riguarda, quindi, la consapevolezza nel riconoscere i rischi ed esporsi comunque a tali livelli pericolosi di rumore, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti e i giovani che ascoltano musica ad alto volume: uno dei motivi potrebbe consistere nella convinzione di essere troppo giovani per avere problemi di udito, infatti il 28% degli intervistati crede che la perdita uditiva faccia parte del processo naturale di invecchiamento. «È necessario essere consapevoli che ci troviamo davanti ad una vera e propria epidemia mondiale silenziosa, con quattrocentosessantasei milioni di persone che convivono con una perdita uditiva invalidante», ha dichiarato Carlo Martinelli, direttore generale di Cochlear Italia. Dalle evidenze dell’indagine emerge un forte timore nei confronti della sordità: la maggior parte degli intervistati (83%) non è informata su dove effettuare un test dell'udito, oppure teme una scoperta spiacevole dopo una visita specialistica. «È importante che tutti gli attori coinvolti – governo, esperti e specialisti, associazioni di pazienti – investano in maniera capillare sul territorio, prendendo in carico i pazienti e le attività di consapevolezza sull’importanza del trattamento della patologia», ha aggiunto Alessandro Martini. Da notare, infine, come i segni premonitori acquistino tutto il loro significato, se si considerano le risposte di persone diagnosticate di ipoacusia che, tuttavia, non utilizzano dispositivi terapeutici: di questo campione, circa la metà (47%) ammette che i problemi di udito hanno peggiorato e/o reso frustranti le proprie relazioni sociali, il 41% riferisce di aver avuto problemi sul lavoro, il 40% di essere stato costretto ad evitare alcuni contesti di socializzazione, il 37% rileva uno stress che si ripercuote su familiari, amici o colleghi, mentre un quarto (25%) segnala l'impossibilità di partecipare ad attività di gruppo e un altro quarto (25%) riferisce un impatto negativo sulla salute mentale; il 51% di chi non utilizza un impianto cocleare curerebbe questi problemi se influissero sulla propria capacità di comprensione o interazione con familiari, amici o colleghi, mentre il 32% curerebbe i problemi di udito solo se fossero accompagnati da dolore.