Le Unità di Terapia Intensiva Neonatale troppo rumorose, ma senza suoni benefici

Ricerca

I neonati prematuri hanno bisogno di sentire la voce della mamma per sviluppare il linguaggio. © Robert Boston

Il rumore di apparecchi di ventilazione e strumenti medici, necessari al funzionamento dell’Unità di Terapia Intensiva Neonatale, espone i piccoli pazienti a stimoli sonori troppo elevati in un’età così delicata per lo sviluppo del sistema uditivo. Mancano invece i suoni benefici come voci e musica.

Forse si tratta di un aspetto finora sottovalutato, ma un luogo nato appositamente per la protezione e la cura degli esseri umani più fragili potrebbe rivelarsi in parte dannoso per la loro crescita regolare. È quanto lascia intuire uno studio appena pubblicato su The Journal of Pediatrics, a firma degli specialisti statunitensi Roberta Pineda, Polly Durant, Amit Mathur, Michael Wallendorf e Bradley Schlaggar della Washington University di Saint Louis, nel Missouri, e di Terrie Inder del Brigham and Women’s Hospital di Boston, in Massachusetts.

Fattori predittivi per l’esposizione al rumore dei neonati in questi speciali reparti di degenza sono il tipo di camera – se privata, in rapporto ad una corsia aperta – ma anche la possibilità che i genitori frequentino l’ambiente per garantire ai loro figli esperienze di ascolto il più possibile normali, arricchite ad esempio dalla voce di mamma e papà o dalla musica. Non tutti i suoni, infatti, originano lo stesso effetto sul sistema uditivo di un piccolo in formazione. Esistono rumori molesti o negativi, in qualche modo, che sono legati all’attività medica circostante, mentre altri benefici o positivi che contribuiscono a creare gli stimoli giusti per sviluppare le abilità cognitive e linguistiche successive.

È proprio per quantificare il modo e l’intensità sonora a cui i prematuri vengono sottoposti che gli autori hanno analizzato pazienti nati alla ventottesima settimana di gestazione o prima, trentatré ricoverati in corsia e venticinque in camere private. Per tutti hanno misurato l’esposizione al rumore alla nascita, a trenta e a trentaquattro settimane di età gestazionale e all’età considerata il termine naturale della gravidanza equivalente alla quarantesima settimana, utilizzando dispositivi per l’acquisizione del linguaggio ambientale posizionati sui lettini dell’ospedale accanto alla loro testa.

Dai risultati ottenuti è emerso che il linguaggio significativo (p<0,0001), il numero di parole pronunciate da adulti (p<0,0001) e il rumore di apparecchiature elettroniche (p<0,0001) sono aumentati in tutta l’età gestazionale. Nello stesso periodo di tempo è aumentato il silenzio (p=0,0007) ed è diminuito il rumore (p<0,0001). Come prevedibile, sono parse più silenziose (p=0,02) le camere private rispetto alle corsie di reparto, con una media di 1,9 ore di silenzio in più nell’arco di sedici ore. È stata osservata un’interazione fra l’età gestazionale e l’area di ricovero per le parole lontane (p=0,01) e la media dei decibel (p=0,04), ovvero i cambiamenti dell’esposizione sonora nel tempo sono stati diversi per i pazienti in camera e per quelli in corsia. Un ambiente più rumoroso è stato considerato direttamente connesso all’attività medica, ma la presenza di un genitore (p=0,009) e il suo impegno ad interagire a livello sensoriale con il piccolo (p=0,002) sono risultati correlati ad una maggiore esposizione al linguaggio. I livelli sonori delle Unità di Terapia Intensiva Neonatale sono stati misurati in 58,9±3,6 decibel, con un picco medio di 86,9±1,4 decibel: a tal proposito va sottolineato che l’American Academy of Pediatrics raccomanda di evitare rumori di intensità superiore a quarantacinque decibel.

Info: The Journal of Pediatrics.