Signora dei bambini: audiologia infantile secondo Eva Orzan e il modello Trieste

Intervista

Posa davanti alla sua città, Eva Orzan. © APSS Eva Orzan

Con generosa disponibilità, la specialista che è riferimento in Italia in fatto di diagnosi precoce e riabilitazione infantile affronta a tutto tondo il complesso argomento della sordità, con riflessioni di pratica clinica e politica sanitaria, cultura e salute. Continua l’intervista, dalla rivista.

Fare impianti cocleari per i bambini non basta: un’eccellente riabilitazione, sostiene la dottoressa Orzan, passa anche attraverso competenze particolari del personale incaricato di seguire i pazienti pediatrici e un’alleanza terapeutica con la famiglia e la scuola. © AUSL Piacenza
Il documento di riferimento per i chirurghi otoiatri e audiologi riassume le linee-guida che la SIO – Società Italiana di Otorinolaringologia e Chirurgia Cervico-Facciale ha sviluppato nel 2009 per i centri interessati ad intraprendere il cammino dell’implantologia cocleare. © uwimages

Audiology Infos. Cosa comporta la presa in carico di un bambino con impianto cocleare? I centri ospedalieri che effettuano la chirurgia sono tutti parimenti preparati ad una gestione corretta della fase successiva all'intervento che, presumibilmente, durerà per tutta la vita del paziente?

Eva Orzan. Un bravo chirurgo è importantissimo, ma non basta per creare un centro di impianti cocleari. La SIO, nel 2009, ha sviluppato un documento che riassume in linee-guida l’esperienza maturata in Italia e all’estero e che fornisce raccomandazioni a chi volesse intraprendere il cammino dell’implantologia cocleare. Il documento indica anche quali sono i requisiti strutturali e di personale – aggiungerei: di competenze – minimi che permettono di seguire il paziente sordo, dalla diagnosi alla fase riabilitativa. Trovo il documento molto utile, ma penso che in ambito pediatrico sia necessario fare una riflessione in più, che tenga maggiormente conto dei bisogni e delle aspettative delle famiglie e dei loro bambini, soprattutto se il centro fa anche da riferimento di terzo livello di un programma di screening uditivo. Faccio qualche esempio. Innanzi tutto, al momento della diagnosi di ipoacusia permanente, i genitori vogliono sapere perché. Vogliono sapere se l’origine del danno uditivo è genetica, qual è il gene e quale la mutazione coinvolta, vogliono sapere – subito – se vi sono, o vi saranno, altri problemi medici o aspetti malformativi associati. Non solo i genitori, ma anche l’audiologo deve conoscere a fondo l’eziologia che, assieme alla conoscenza delle caratteristiche dello sviluppo di base del bambino, gli servirà per stabilire una prognosi e per programmare tempi e modalità di cura il prima possibile. In secondo luogo, i bambini ipoacusici non sono tutti sordi profondi che richiedono un impianto cocleare: più spesso hanno un deficit di grado moderato, che può beneficiare di apparecchi acustici; oppure hanno un danno asimmetrico tra i due lati, che necessita di una stimolazione bimodale, oppure un’ipoacusia solo monolaterale, magari associata ad atresia auris, o ancora un’ipoacusia fluttuante e progressiva, che deve essere strettamente monitorata per gestire deprivazioni evitabili. Molte considerazioni andrebbero fatte per le malformazioni cocleovestibolari. Vi sono poi le problematiche anestesiologiche dei bambini molto piccoli, non solo per l’intervento ma anche per gli esami, prevalentemente radiologici, che richiedono sedazione. C’è poi l’impegno di un’alleanza terapeutica con la famiglia e, infine, i rapporti con il territorio e la scuola. Ecco, io credo che un centro audiologico pediatrico non possa occuparsi solo di impianti cocleari, ma debba lavorare con un’interdisciplinarità reale ed essere pronto a gestire tutti gli aspetti diagnostici, eziologici, valutativi, terapeutici, tecnologici, chirugici e riabilitativi del danno uditivo di un bambino, di qualunque tipo esso sia, ponendo sempre al centro i bisogni e le aspettative della famiglia.